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varo di Francesca , veliero da pesca a vela latina, Alghero 1956

Varo di Francesca
Alghero - 1956

Navigare nel passato e nel presente in un mare di culture e tradizioni , visitare luoghi di antica memoria , riscoprire l’arte del navigare a vela latina e gli antichi mestieri dei lavoratori del mare.

Sant Elm ci riporta nel passato, nel secolo XV, da qui incomincia la nostra avventura che con molta modestia vuole intraprendere un viaggio di conoscenza attraverso i mestieri e le tradizioni che più hanno segnato la storia marinara della città di Alghero nel mare ad ovest dell’ Isola di Sardegna.

L’organizzazione della gente di mare

Le ordinazioni, poi statuti che regolavano i tempi ed i modi di lavoro, ma anche le vicende associative in senso lato, riflettevano una attenzione per l’associato ed i suoi familiari che si prolungava con fasi alterne fino al momento del trapasso. Liguria, Corsica e Sardegna, di cui in particolare ci occupiamo in questo lavoro, avevano un substrato nettamente omogeneo, relativo soprattutto all’attività unificante della chiesa che favoriva in taluni casi sin dal periodo medioevale la nascita di confraternite e associazioni religiose votate al culto dei santi protettori (in particolare per la gente di mare S.Elmo alias Erasmo).
Anche ad Alghero, a partire dalla fine del secolo XV, risulta presente una confraternita che aveva come patrono S.Elmo e che venne successivamente anch’essa individuata come gremio pur non avendone probabilmente né le caratteristiche né lo statuto.
Qui, insieme a quello catalano, era sicuramente presente l’influsso della gente di mare proveniente dalla penisola italiana, Liguria e Campania in primo luogo, per esercitare la lucrosa pesca del corallo.
Le numerose barche coralline che giungevano con regolarità ad Alghero all’inizio della primavera e che non disdegnavano in taluni casi di arrotondare i loro profitti con pescate di pesce che rivendevano sui mercati del nord-Sardegna, dovevano tra le altre incombenze operare uno specifico versamento in favore della cappella di S.Elmo posta nella cattedrale algherese sicuramente già nel 1598, in cui i pescatori forestieri detenevano lo “ius sepeliendi”.
(tratto da : LA PESCA NELLE ACQUE DEL TIRRENO – secoli XVII-XVIII di Giuseppe Doneddu).

La pesca

I Marsigliesi iniziarono a frequentare i banchi di Sardegna e la pesca ad Alghero – che, diventata catalana dal 1354 cambiò il nome in L’Alguer, italianizzato in “Larghieri” e simili – si sviluppò nel periodo 1380-1410 dando luogo ad una organizzazione già sofisticata nel cui ambito il naviglio provenzale faceva la spola tra Marsiglia ed il porto sardo trasportando reti e vettovaglie per i pescatori. (In realtà si trattò di una ripresa della pesca. Infatti già nel Duecento, i Marsigliesi erano interessati alla Sardegna) Cfr. F. Artizzu, Relazioni commerciali tra la Sardegna e Marsiglia nel secoloXIII.
Sempre nel Duecento, i pescatori di Bonifacio attingevano particolarmente ai banchi di Bosa (R. Brown, Alghero prima dei catalani)
Oltre alla pesca nei banchi della Sardegna, Marsiglia acquistava corallo grezzo ad Alghero dai pescatori sardi; non solo, poiché i mercanti dell’isola si recavano nella capitale provenzale a collocarlo in cambio di cordame e alfa(per reti da pesca e reti speciali per la pesca del corallo.
(tratto da: LA PESCA IN ITALIA TRA L’ETA’ MODERNA E CONTEMPORANEA. Di Marcello Berti a cura di Giuseppe Doneddu e Alessandro Fiori.

Le barche

La ricca documentazione conservata soprattutto a Genova, ma che è presente anche negli archivi dell’isola, permette di individuare tra l’altro la tipologia delle imbarcazioni cui i pescatori si affidavano nella loro quotidiana lotta per la sopravvivenza. Senza dubbio la tipologia nettamente prevalente, quella che è stata individuata come appartenente all’area ligure-catalano-provenzale, vede un chiaro predominio di liuti e gozzi: Si tratta di barche di dimensioni relativamente modeste, con una stazza mediamente variante tra le 5 e le 20 tonnellate. Giunsero successivamente le tartane, imbarcazioni senza dubbio di maggior stazza, fino a un peso di 50 tonnellate. Un'altra tipologia presente nell’area è la gondola: barca di dimensioni più ridotte (in genere 1-4 tonnellate). Gondole provenienti da S.Margherita Ligure risultano segnalate nel secondo settecento in Sardegna per la pesca del corallo.
Tratto da: LA PESCA NELLE ACQUE DEL TIRRENO – secoli XVII-XVIII di Giuseppe Doneddu).

I pescatori

Le testimonianze dei cronisti del secondo Cinquecento evidenziano le difficoltà della pesca nelle acque sarde. La presenza di numerosissimo naviglio barbaresco lungo le coste impediva di fatto ogni accettabile attività di questo tipo. (Cfr. E. PILLOSU, Un inedito rapporto cinquecentesco sulla difesa costiera della Sardegna).
Non deve dunque stupire se minime sono le notizie che riguardano la pesca di mare volta ai fini alimentari, sicuramente meno remunerativa di quelle del tonno e del corallo e facilmente sostituibile con l’attività praticata negli stagni costieri di cui l’isola abbondava, che teneva i pescatori-contadini al riparo dalle insidie del mare aperto.
Alcune carte conservate presso l’Archivio Nazionale di Madrid offrono un primo quadro della situazione valido per tutta la Sardegna nord-occidentale,con particolare riferimento ad Alghero. (si veda A.RUNDINE, Note sulla pesca ad Alghero alla fine del 500, in La pesca nel Mediterraneo cit.,p.211 ss.) Secondo tale documentazione erano presenti nel 1598 ad Alghero tredici imbarcazioni che non svolgevano esclusivamente l’attività peschereccia ma anche operazioni di trasporto di mercanzie lungo le coste sarde o verso le coste italiane.
Quando era necessario, grazie anche all’attrezzatura di cui disponevano, tra cui una sciabica, altre reti e palamiti, tali barche si davano alla pesca che era particolarmente richiesta in periodo quaresimale. Appunto nel 1598 la città, già duramente provata da una recente pestilenza (Si tratta della peste del 1582 che, come ricordo il sindaco della città 20 anni più tardi, nel 1602, aveva ridotto la popolazione ad un quarto e le attività economiche della metà rispetto agli inizi degli anni Ottanta; cfr. A.C.A., Consejo de Aragon, registros, Camara, 377).
Al di là di queste notizie risultano di particolare interesse, le cifre concernenti il prodotto che una singola imbarcazione era capace di pescare giornalmente: tra le 50 e le 100 libbre, che raddoppiavano nell’unica grande imbarcazione che disponeva di una sciabica di grandi proporzioni. In realtà pescavano giornalmente, salvo particolari contingenze, da tre a sei imbarcazioni, portando dunque al locale mercato del pesce una quantità di prodotto accettabile per una piccola città come Alghero che vantava in quel tempo circa 2.000 abitanti.
I dati relativi all’appalto della locale pescheria cittadina ubicata presso la porta a mare, permettono un puntuale riscontro di tale situazione. (Esempi di appalto ed altre utili notizie sulla pesca ad Alghero in R.CARIA, El lèxic dels mariners Algueresos, in “Revista de l’Alguer” 1966). Tra le entrate municipali era infatti anche presente una gabella del pesce che veniva riscossa sul prodotto fresco introdotto in città, pescato nel vicino stagno del Calic ed in mare aperto, in genere nelle più pescose località della costa: soprattutto a Tramariglio e a Porto Conte, che rimasero per tutta l’età moderna i luoghi maggiormente battuti dai pescatori.
(Tratto da: LA PESCA NELLE ACQUE DEL TIRRENO – secoli XVII-XVIII di Giuseppe Doneddu).

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