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LA PESCA AD ALGHERO

Già dal Secolo XII i pescatori di Bonifacio attingevano particolarmente dai banchi di corallo di Alghero e Bosa.

I Marsigliesi iniziarono a sfruttare i banchi di corallo in Sardegna e la pesca ad Alghero, che diventata Catalana nel 1354, cambiò il nome in l’Alguer. Nel periodo 1380-1410 si sviluppò ulteriormente, dando luogo ad una organizzazione già sofisticata nel cui ambito le imbarcazioni provenzali facevano spola tra Marsiglia e Alghero, trasportando materiale retiero e vettovaglie per i pescatori (in realtà si trattò di una ripresa della pesca che già esisteva in rapporti commerciali tra la Sardegna e Marsiglia nel Sec. XIII e che molto probabilmente si interruppe per un certo periodo per sopraggiunti eventi).

Oltre alla pesca nei banchi coralliferi della Sardegna, Marsiglia acquistava corallo grezzo ad Alghero da pescatori locali; non solo, poiché i mercanti algheresi si recavano nella capitale provenzale a collocarlo in cambio di cordame e alfa (per reti da pesca e reti speciali per la pesca del corallo). Riesportava, poi, il corallo lavorato – dalle mani esperte degli Ebrei – in Catalogna e a Tunisi.

Ad Alghero a partire dalla fine del secolo XV risulta presente una confraternita che aveva come patrono S.Elmo e che venne successivamente anch’essa individuata come Gremio. Qui insieme a quello Catalano, era sicuramente presente l’influsso della gente di mare proveniente dalla penisola italiana, Liguria e Campania in primo luogo per esercitare la lucrosa pesca del corallo.

Le numerose barche coralline che giungevano con regolarità ad Alghero all’inizio della primavera e che non disdegnavano in taluni casi di arrotondare i loro profitti con pescate di pesce che rivendevano sui mercati del Nord-Sardegna, dovevano tra le altre incombenze operare uno specifico versamento in favore della cappella di S.Elmo posta nella cattedrale algherese sicuramente già nel 1598, in cui i pescatori forestieri detenevano lo “jus sepeliendi”

La ricca documentazione conservata soprattutto a Genova, ma che è anche presente negli archivi dell’isola, permette di individuare tra l’altro la tipologia delle imbarcazioni cui i pescatori si affidavano per la loro quotidiana lotta per la sopravvivenza. Senza dubbio la tipologia nettamente prevalente, quella che è stata individuata come appartenente nell’area ligure-catalana-provenzale. Le barche erano di tipo “Gozzi”, con una stazza mediamente variante tra le 3 e le 20 tonnellate.(6-14 mt.). Giunsero successivamente le “Tartane”, imbarcazioni sicuramente di maggior stazza fino a un peso di 50 tonnellate (20/24 mt.).

Le testimonianze dei cronisti del secondo 500 evidenziano le difficoltà della pesca in acque sarde. La presenza di numerosissimo naviglio barbaresco lungo le coste, impediva di fatto ogni accettabile attività di questo tipo.

Non deve dunque stupire se minime sono le notizie che riguardano la pesca in mare volta ai fini alimentari, sicuramente meno remunerativa di quelle del tonno praticata con la tonnara e del corallo, anche perché facilmente sostituibile con l’attività di pesca praticata negli stagni costieri di cui l’isola abbondava, che teneva i pescatori-contadini al riparo dalle insidie del mare aperto.

Alcuni documenti conservati presso l’archivio nazionale di Madrid, offrono un primo quadro della situazione, valido per tutta la Sardegna Nord-Occidentale, con particolare riferimento ad Alghero alla fine del secolo XV e precisamente nel 1598 erano presenti ad Alghero 13 imbarcazioni di medio tonnellaggio, che non svolgevano esclusivamente l’attività peschereccia, ma anche operazioni di trasporto mercantile lungo le coste sarde o verso le coste italiane. Quando era necessario, grazie anche all’attrezzatura di cui disponevano tra cui reti a “Sciabica – Reti da Posta e Palamiti”, tali barche si davano alla pesca che era particolarmente richiesta in periodo quaresimale. Appunto nel 1598 la città, già duramente provata da una recente pestilenza (si tratta della peste del 1552, che come ricorda il Sindaco della città 20 anni più tardi, nel 1602, aveva ridotto la popolazione ad un quarto e le attività economiche della metà rispetto agli inizi degli anni ottanta (1580). Succede anche che, la città di Sassari non riuscendo ad approvvigionarsi di prodotti ittici freschi, in abbondanza per i sui cittadini, chiede al Regno di Aragona di poter armare 2 imbarcazion,i per effettuare la pesca con proprio naviglio, ricevendone rifiuto, il mercato di Sassari viene approvvigionato dai pescatori algheresi. Il prodotto conferito e talmente insufficiente, che per la distribuzione vengono usati i soldati, con l’assistenza di un magistrato da dentro delle inferriate.

Al di là di queste notizie risultano di particolare interesse le cifre concernenti il prodotto che una singola imbarcazione era capace di pescare giornalmente tra le 50 e le 100 libbre (circa 40 kg.), che raddoppiavano nell’imbarcazione munita di rete a Sciabica. Queste imbarcazioni pescavano giornalmente, salvo particolari contingenze, portando al mercato del pesce una quantità di prodotto accettabile per una città piccola come Alghero che vantava a quel tempo circa 2000 abitanti.

I dati relativi all’appalto della locale pescheria cittadina ubicata presso la porta a mare, permettono un puntuale riscontro di tale situazione. Tra le entrate municipali era infatti anche presente una gabella del pesce, che veniva riscossa sul prodotto fresco introdotto in città, pescato nel vicino calich e in mare aperto (Porto Conte – Tramariglio) che rimasero per tutta l’età moderna i luoghi più maggiormente battuti dai pescatori sino a tutto il XVIII secolo.

Grande importanza per la pesca viene soprattutto dall’avere una struttura portuale. Il porto di Alghero vide il periodo più fiorente durante la dominazione aragonese, quando in pochi anni accentrò gran parte dei commerci dell’isola. I traffici si accentuarono specialmente per una disposizione di Pietro IV d’Aragona del 24 settembre 1384, la quale stabilì che tutto il naviglio non potesse fare scalo e carico in nessuno dei luoghi compresi fra Capo Marrargiu e Castelsardo, se non in Alghero. La pesca in Sardegna, nei decenni finali del Quattrocento, venne dalle Cortes vietata agli stranieri. La “Composiciò e redreç de la mercaderia” stabiliva il divieto dell’estrazione del corallo sardo e, contestualmente, affermava il monopolio aragonese della sua esportazione.

Nel Quattrocento – in cui si assiste ad una intensificazione delle relazioni con i musulmani -, Alghero e Cagliari, erano scali importanti delle navi catalane nella rotta per il levante soprattutto in relazione al rifornimento di corallo da scambiare in quell’area con merci orientali. Già dal 1499 gli Europei si erano accorti del particolare interesse dell’India per il corallo. Un “gentilhomme” fiorentino che si trovava a Lisbona all’epoca del ritorno di Vasco da Gama dall’India scrive: Il peso della cannella, pepe, garofano che è di 5 quintali di questo paese, vi vale 10 o 12 ducati, o più, e nelle isole in cui si prende, 6 ducati; ma lo zenzero si vende la meta di meno, e ancora la lacca e di più vile prezzo, e la vernice anche, le quali merci si barattano con l’oro l’argento o il corallo, perché essi stimano poco le nostre merci, eccettuato le tele di lino. Al tempo delle Crociate, gli Arabi impiegarono il corallo per finanziare le guerre in Terrasanta per la riconquista dei territori levantini occupati dai Cristiani.

Nel Cinquecento – nascono le compagnie dei coralli – Marsigliesi, Genovesi e Pisani si contendono il corallo del mediterraneo. In due lettere, del 30 novembre 1593 e del 27 aprile 1594, Lodovico Vernagalli, socio della prima Compagnia dei Coralli di Pisa, scriveva ad Ascanio Venturini in Alghero che la Compagnia stessa non volendo continuare ad avere “stanza” in Sardegna, gli chiedeva di tornare subito a Pisa proponendogli un altro “avviamento”, appunto quello di Alessandria d’Egitto.

Dopo la partenza degli Spagnoli il porto iniziò la sua decadenza. In particolar modo, a decretare il declino del porto di Alghero furono proprio le sue precarie condizioni naturali: bassi fondali, presenza di numerose secche e, soprattutto, assenza di qualsiasi riparo dai venti. Tali condizioni non garantivano un sicuro approdo alle grosse imbarcazioni da trasporto provenienti prevalentemente dal continente. Questa decadenza continuò inesorabilmente fino alla fine del secolo XIX, come documentato da materiale d’archivio.

Dalla seconda metà dell’800, a seguito dell’espansione dell’abitato fuori le mura, si iniziò a progettare e, in parte a realizzare significative opere portuali. Nel 1828 le barche coralline algheresi erano 41, 190 napoletane, 32 toscane e 27 genovesi. Bisogna però dire che si trattava in gran parte di liguri e torresi trapiantati nel luogo.

In una petizione del 1866, due anni dopo la costruzione del faro di Capo Caccia, il Consiglio Comunale sosteneva: “Comecchè la sua posizione geografica in rapporto al Continente Italiano non sia così favorevole può tuttavia questo porto mantenersi nella sua importanza e per commercio coll’estero e specialmente colla industriosa Francia, i di cui porti principali ne sono a breve distanza, e per la ricchezza dei mari che lo circondano ove si svolge annualmente una fonte pressoché inesauribile di ricchezza colla pesca dei coralli che vi esercitano oltre gli speculatori del paese, ben duecento e più battelli di diverse Provincie Italiane ed anche della Spagna”.

“La sua utilità si estende alla intiera Provincia di Sassari dai di cui paesi le barche coralline acquistano ed estraggono formaggi, bestiami, manufatti indigeni e quanto altro loro occorre per la consumazione durante la pesca o per l’esportazione ai paesi di loro provenienza”.

Sulle condizioni del porto il 26 luglio 1875 l’ufficiale del porto scriveva: “Vidi il porto quasi colmato, irto di scogli, seminato di pericoli, talchè i legni debbono temere di avvicinarsi al lido a causa dei banchi quasi a fior d’acqua, senza neppur essere additati ai naviganti dal benché minimo segnale. Osservai un piccolo canaletto appena sufficiente a marcare il sentiero nel porto a legni di minimo tonnellaggio. Vidi la pesca del corallo andata da pochi anni a questa parte in assoluta decadenza. Vidi le barche da pesca, i cui proprietari e conduttori impoveriti dalla gravità delle tasse, invecchiati sotto il pondo della meschina loro arte, (uomini capaci di grandi sacrifici per cercare nel mare lo scarso sostentamento delle infelici loro famiglie), mi apparvero afflitti e scoraggiati dalle condizioni attuali del paese, e dai ben pochi proventi dell’arte loro”.

Il porto fu oggetto , nel frattempo, di interventi di natura conservativa e fra la fine del 1895 e l’inizio del 1896, una forte mareggiata causò nel tratto compreso tra lo scalo di ponente a Porta a Mare e la casetta di Sanità, lo scalzamento del fondo col relativo cedimento di circa 46 metri di banchina. Fu deciso allora di demolirla e di ricostruirla in calcestruzzo o su massi artificiali. Nel dicembre del 1906, una mareggiata particolarmente violenta, che invase persino la casa comunale, costrinse gli amministratori a sollecitare il Ministero ai LL.PP. ad approvare i lavori in conformità al progetto giacente presso lo stesso Ministero. I lavori di ricostruzione della banchina della Sanità, lungo il lato Sud-Sud/Ovest, iniziarono solo nel 1912 e vennero ultimati nel 1916.

Nuovi orizzonti si affacciano sulla pesca, il futuro della pesca sembra presentarsi ora più roseo, i pescatori riprendono il mare con rinnovato spirito nascono le spagnolette. Oltre alla pesca del corallo che rimane principalmente una prerogativa dei pescatori di Torre del Greco, i pescatori algheresi, grazie anche alla grande conoscenza dei fondali, dovuta dall’esperienza accumulata nei secoli sui banchi di corallo, si dedicheranno alla pesca delle aragoste.

Un commerciante di Ciutadella dell’Isola di Minorca (Baleari), “ Txu Gabriel Arquinbao ”, spesso presente col suo veliero,”Speranza” nel porto di Alghero per i suoi commerci, intravede nella pesca delle aragoste grossi affari. Infatti in un successivo viaggio, trasforma il suo veliero in barca vivaio, e intraprende il commercio delle aragoste pescate a Nord - Ovest della Sardegna con Marsiglia e Barcellona. Anche altri armatori seguono questi commerci che per qualche decennio danno un valore aggiunto al pescato di Alghero. Di anno in anno aumentano i pescatori”rezzaioli e nassaioli”, la marineria algherese conquista nuovi mercati, e prende il predominio della costa Nord/Occidentale dell’isola, spingendosi per le battute di pesca fin oltre l’Isola di San Pietro, dove le l”Lampare algheresi svernano e commerciano il pesce azzurro, oltre che nel Golfo dell’Asinara, dove i pescatori di Alghero sono rinomati per la loro bravura e danno i nomi alle “secche” e ai “singoli”. La pratica quotidiana e le esperienze ripetute hanno sviluppato nei pescatori le conoscenze e i sistemi operativi per appropriarsi dei luoghi di pesca. I pescatori possiedono una mappa mentale delle secche marine e dei riferimenti a terra per raggiungerle localizzarle.

Sino all’inizio della II^ Guerra Mondiale i pescatori algheresi navigano col vento in poppa, centinaia di quintali di aragoste prendono la via di Marsiglia, Barcellona e Livorno. Le spagnolette algheresi sono ormai diventate le barche più sicure per la piccola pesca, dal mese di aprile prendono il mare per l’Isola di Maldiventre e lo scoglio del “Catalano” sino a Capo Frasca a Sud, dove i fondali sono ricchi di aragoste, e verso “Punta Argentiera a Nord sino a Capo Falcone, dove i pescatori fanno vita e forniscono di pesce i lavoratori della vicina miniera. In quegli anni si sviluppa fiorentemente la cantieristica navale, le spagnolette algheresi vengono richieste anche dalle marinerie vicine di Bosa e Castelsardo, non raramente qualcuna di queste imbarcazioni varca il Tirreno.

La scrittrice svedese Amelie Posse Bràzdovà nella sua permanenza ad Alghero tra il 1915-16, nel suo diario “ Sardinian Sideshow” pubblicato nel 1932 a Londra così la descrive:” Dal primo momento ebbi davvero la sensazione che in questo posto potesse accadere di tutto. Non era una cittadina qualunque. Nel tragitto verso casa facemmo un giro lungo i bastioni, con le loro torri semidistrutte. Dalla periferia la città, con le sue cupole accovacciate sulle casette bianche o color sabbia, le alte piante di agave e di cactus sopra i muri e le orde di bambini vocianti, seminudi, dalla pelle scura, mi richiamò alla mente l’Africa. In seguito, quando ebbi modo di conoscerla meglio, durante le mie passeggiate mattutine e pomeridiane, trovai che la città aveva molti aspetti diversi. Da dove vivevamo noi, sugli antichi bastioni, si vedeva solo il mare e, in fondo alla baia, alcuni squarci lontani del litorale. Non distante c’era il porto, sempre pieno di vita, con i pescatori seduti lungo la banchina a intrecciare nasse o a stendere reti marron e azzurre ad asciugare. Di mattina c’era il mercato del pesce, e si poteva comprare direttamente dalle barche o, tra un incredibile vociare e interminabili mercanteggiamenti, da chioschi sgangherati. In nessun altro luogo, neppure a Capri o in Sicilia, ho mai visto pesci così sorprendenti, belli o brutti che fossero. Grandi pesci rossi e dorati con dei ciuffi sul dorso, altri color lilla o verdazzurro, parecchi dalle forme estremamente curiose e repellenti.” – “ Le barche, a uno o due alberi, issavano vele latine. A volte arrivavano da lontano dei brigantini o dei bastimenti a caricare aragoste. Per il porto era un grande evento”. E ancora in occasione di un pranzo per il vescovo ed il clero: “ Ma il piatto più fine fu un immenso paiolo di rame, grande quanto una tinozza da bagno, nel quale preparai cinquanta aragoste (a due lire e cinquanta centesimi al chilo) con una maionese per la quale impiegai non so quante dozzine di uova.

Quando sembra che tutto stia andando per il meglio, l’evento della guerra, riporta la marineria algherese indietro nei secoli, la pesca viene vietata e per cinque anni in mare rimane il pericolo delle mine.

Si ricomincia nel dopoguerra quando la modernizzazione raggiunge anche la pesca. Se prima della guerra, le barche dei pescatori munite di motore erano rare, nel dopo guerra quasi tutte subiscono la modernizzazione. Tutte le spagnolette vengono trasformate da barche a vela a barche a motore, vengono aperti i ponti per far posto all’elica e da quel momento si aumenta lo sforzo di pesca. Il 28 aprile 1956 il “CORRIERE DELL’ISOLA” in terza pagina si da la notizia del varo di una nuova imbarcazione da pesca di 13 mt., costruita dal cantiere Feniello per conto della locale Cooperativa Pescatori:” e con questa sono dodici disse il pescatore, col viso cotto dal sole e dal salmastro, è il presidente della Cooperativa Pescatori e Capibarca di Alghero”. Il comandante della piccola flotta peschereccia, creata a poco a poco, dal 1944 ad oggi, con molto sacrificio. “Quest’anno i pescatori di Alghero si dedicheranno alla pesca del Corallo”, “ La cooperativa algherese tenterà così di spezzare il monopolio di Torre del Greco incoraggiando inoltre la nascita di una nuova forma artigianale”. Infine, l’ultimo e più grosso desiderio della cooperativa è la creazione di un mercato generale del pesce che, gestito dalla cooperativa stessa, creerebbe a vantaggio dei consumatori di tutta la provincia una vera e propria bilancia dei prezzi, eliminando l’attuale gravosa categoria degli intermediari e dei grossisti.

Se prima il lavoro era tutto manuale, con l’evento dei motori, nascono i verricelli salparete e le imbarcazioni da pesca aumentano di tonnellaggio e aumentano l’attrezzatura retiera. Nasce la pesca industriale, lo “strascico” incomincia ad arare i fondali in tutte le profondità alla ricerca di gamberi, merluzzi e scampi. La pesca del corallo fatta con la croce di “S.Andrea”, costituita da due assi di legno in croce con l’aggiunta di spezzoni di rete, e che nonostante lo strascicare non era molto dannosa per i fondali, in quanto l’attrezzo veniva trainato con la forza dei vogatori, oppure quando il vento era favorevole con l’uso della vela. Successivamente con l’adozione del motore e del verricello, anche la croce di S.Andrea fu sostituita dal più dannoso e micidiale “Ingegno” che non era altro che un tubo lungo 6 metri di ferro, riempito di cemento con l’aggiunta di catene e spezzoni di rete, che col suo arare distruggeva qualsiasi ostacolo gli si parasse davanti. Nel 1976 l’uso dell’ “Ingegno” viene vietato. Già dagli anni 60 si sviluppa ad Alghero, più che in altre parti d’Italia, la pesca del corallo fatta dal pescatore professionista subacqueo, ancora oggi la pesca del corallo ad Alghero e esercitata da una ventina di corallari, ed è ancora adesso il tipo di pesca più redditizio.

Fino agli anni ottanta la pesca tradizionale ad Alghero da reddito a numerose famiglie, circa 400 addetti con 7 imbarcazioni per la pesca al pesce azzurro “Lampare”; 6 imbarcazioni per la pesca a strascico “Paranze” e più di un centinaio di imbarcazioni medio piccole per la pesca con i “Tremagli”, “Nasse” e “Palamito”. Nei mesi di gennaio – febbraio e marzo si sviluppa nei pressi dello “Scalo Tarantiello” un discreto mercato dei ricci, pescati principalmente nei pressi dell’isolotto della Maddalenetta, e della vicina costa di Fertilia e Calabona con l’uso dello specchio e della canna. Questo mercato nelle giornate festive, richiama molti visitatori anche dai paesi limitrofi.

Sempre i quei anni, la pesca dell’aragosta subisce per Legge Regionale un fermo biologico, che ne limita la pesca solamente nei mesi dal 1^ marzo al 31 agosto di ogni anno, riducendola in pratica di 3 mesi, prima di allora era consentita dal 1^ aprile al 31 dicembre di ogni anno.

Una nuova pesca negli anni ottanta si affaccia sul mare di Alghero, la pesca del pesce spada. Del resto tutto il Mediterraneo, che è ricco in qualità, se non in quantità di specie, ed è noto per la ricchezza e l’ingegnosità delle sue tecniche e dei suoi sistemi di pesca: Infatti come si è visto, Alghero ricca di pescatori immigrati da altri centri mediterranei ne sperimenterà tutte le pesche più importanti, da quelle del tonno a quella del corallo, dal pesce azzurro alle aragoste e oggi al pesce spada. Centinaia di pescherecci provenienti da Sicilia, Campania e Calabria, armate con le micidiali “Spadare” (reti derivanti) conquistano il mare a ovest di Sardegna, con battute di pesca sino sulla costa spagnola. Il porto algherese diventa la base per lo scarico del pescato e per il rifornimento delle imbarcazioni. La marineria algherese subisce continuamente un conflitto di pesca, le reti derivanti portate dalle correnti vanno a contrastare le reti da posta che subiscono continuamente dei danneggiamenti. A seguito delle proteste, la R.S. vieta l’uso delle “padare” all’interno delle acque territoriali Sarde (12 miglia). Comunque decine di tonnellate di pesci spada prendono la via della Sicilia con i camion frigo. Anche questa pesca con l’uso delle reti derivanti a finire degli anni novanta viene vietata, perché ritenuta dannosa per le specie protette quali: Delfini, Tartarughe, Balene e altra fauna protetta. Adesso la pesca al pesce spada è esercitata con l’uso dei palamiti derivanti. Tuttavia la costante diminuzione delle risorse crea continuamente problemi di conflittualità tra i pescatori delle diverse categorie. Finora le misure di tutela (F. Biologico) in attesa di provvedimenti più puntuali, per la crescita degli stocks e per un uso delle risorse del mare ecologicamente sostenibili, sono state insufficienti.

Attualmente ad Alghero i pescatori professionisti sono circa 160 in piena stagione, distribuiti nei 100 pescherecci di vario armamento con licenza di pesca ministeriale: corallari, strascico,reti da posta, nasse, palamiti, pesca a circuizione (lampara). La categoria più numerosa e quella della pesca artigianale, i “rezzaioli”. Esistono anche n. 10 licenze regionali per la pesca dei ricci. Nella peschiera della Laguna del Calik opera una cooperativa con concessione regionale, la stessa cooperativa opera anche in mare.

Il pescato locale viene venduto nel mercato cittadino e nelle varie pescherie della città, raramente viene commerciato fuori di Alghero, come succedeva nel passato. Al contrario sempre più spesso i commercianti di prodotti ittici si riforniscono dai grossisti che commerciano il pescato proveniente dal continente. Le esperienze di domesticazione dei pesci, attraverso l’acquacoltura, sono scarsamente diffuse, e poco studiate scientificamente. Esse non risultano economicamente che per poche specie. Talora la pesca artigianale risulta ancora oggi insostituibile. Nonostante i maggiori quantitativi di prodotti ittici importati, verosimilmente a causa della contrazione delle catture e della sostenuta domanda locale, il livello dei prezzi unitari conseguiti in Sardegna si mantiene superiore rispetto alla media nazionale e fa rilevare una costante ascesa. La pesca artigianale di Alghero da anni propone alla Regione Sardegna la chiusura di Aree da destinare al ripopolamento ittico.

Negli ultimi trentanni ad Alghero si è sviluppata fortemente la pesca-sportiva. Centinaia di imbarcazioni da diporto, ospiti nel grandissimo bacino portuale, si dedicano regolarmente a tutti i tipi di pesca con lenza: dai bolentini di fondale per la pesca delle pizzornie, alla pesca dei saraghi e dei dentici con il palamito, alla pesca di pagelli, sarrani ect, senza disdegnare la pesca al calamaro che, è diventato lo sport con il più alto numero di appassionati di qualsiasi altro sport cittadino. Una grossa percentuale di questo pescato, rifornisce i ristoranti cittadini.

Dai risultati di un convegno organizzato dall’Università di Sassari sulla pesca in età moderna, una ricerca accurata della documentazione esistente, mette a confronto la pesca nel XVII secolo tra Alghero e Nord Europa: il reddito complessivo del corallo di Alghero , batte il reddito complessivo della pesca al merluzzo bianco del Nord Atlantico.

Nel 2004, secondo il registro della flotta peschereccia comunitaria, la capacita complessiva dell’U.E – 15, (90.000 pescherecci) è stata ridotta di 66.500 GT e di 322.000 KW, pari ad una diminuzione netta del 3,6 % della stazza totale e del 4,7 % della potenza.

Nei nuovi Stati membri nel 2004 la capacità della flotta e stata ridotta di 7.000 GT e di 18.000 KW, pari ad una diminuzione del 3,1 % della stazza totale e del 3,3 % della potenza

SPAGNA n° 13.412 pescherecci - . G.T. 454.594 - KW. 1.074.120

ITALIA n° 15.781 “ “ 215.794 “ 1.244.078

G.BRET. n° 7.423 « 229.969 889.200

FRANCIA n° 5.711 « 189.000 853.090

OLANDA n° 7.820 “ 178.877 469.423

PORTOG.n° 8.224 “ 98.442 336.362

DANIM. n° 3.930 “ 96.433 337.216

GERM. n° 2.366 “ 64.381 162.006

GRECIA n° 19.463 “ 95.891 385.477

SARDEGNA 1.467 “ 12.728 98.138

L’impatto esercitato dai programmi di riduzione dello sforzo di pesca sulla capacità, restrizioni particolari alla pesca del “Merluzzo Bianco” nel Kattagat – Mare del Nord – Skagerrak – Scozia Occidentale – Manica Orientale – Mare d’ Irlanda e nella Zona dell’Atlantico a comportato una diminuzione del 15% del pescato. Nel Mediterraneo, l’Italia – Grecia e Spagna hanno attuato una notevole capacità di disarmo, ma questo disarmo non può essere attribuito a misure di riduzione dello sforzo di pesca adottate a livello comunitario.

Il comparto della pesca, 12.800 tonn.di pescato, considerato nel suo complesso, fattura attualmente in Sardegna 100 milioni di euro l’anno.( 2001). La pesca marittima non è mai stata un’attività caratterizzante in maniera significativa l’assetto economico e sociale della Sardegna, se non con riferimento a circoscritte e limitate realtà dell’isola. La piccola pesca sarda, incide dell’ 11% sul totale della piccola pesca nazionale; la pesca a strascico, incide solamente del 4,5% sul totale della pesca a strascico nazionale.

Alghero 24 – 01 - 2006


Relazione tenuta ad Alghero, il giorno 24/01/2006 da Giovanni Delrio in occasione della conferenza presso l’Università della Terza Età.


Fonti : La pesca in Italia tra età moderna e contemporanea. Produzione, mercato, consumo. A cura di G. Doneddu e A. Fiori.

La pesca nelle acque del tirreno (secoli XVII-XVIII). A cura di Giuseppe Doneddu.

Il porto di Alghero nell’ Ottocento – Archivio Storico Comunale. A cura di B. Tavera.

Gente di mare in Sardegna. Antropologia dei saperi dei luoghi e dei corpi. A cura di G. Mondardini.

Pesca e acquicoltura in Sardegna. A cura di L. Idda.

1998. Interludio di Sardegna di Amelie Posse Bràzdovà - Patrocinio del Comune di Alghero – Traduzione di Aldo Brigaglia.

Nassaioli (pescatori di aragoste) 2002 – Pescatori algheresi del Novecento 2005 – di Carlo Cattardi.

Il pescato di Alghero
(una giornata di pesca)

Lo mazèm del pescador
Il magazzino del pescatore

La pesca ad Alghero

Tragedia del mare:
cronaca di un naufragio del 1937